lunedì 12 gennaio 2015

La mia posizione sulla vicenda Charlie Hebdo

Per esprimere la mia posizione a riguardo dei tragici eventi di Parigi ho scelto di condividere con voi la mia email di risposta ad un documento scritto, relativo appunto alle recenti vicende di Parigi, dal Professore Maurizio Gemelli, che in quest'anno accademico ha tenuto il corso da me frequentato Diritti Umani e Giustizia Penale Internazionale ".

Importante: Visti i riferimenti che nella mia risposta faccio a contenuti e spunti della sua opinione, se qualcuno, specie qualche collega, è interessato a vedere il, a mio parere interessantissimo, documento del Professore Gemelli, me lo chieda pure che ve inoltro via mail.

Piccola introduzione:

Come introduceva anche lei, i fatti e le ricostruzioni non sono ancora mature tanto da permetterci una disamina completa dei fatti, e quindi dobbiamo cercare di rimanere vigili e non affrettarci in opinioni troppo a caldo. Ma mi sento di far emergere alcuni punti.

Dopo ieri, in rete ho letto “ Chiudete le moschee “ e anche “ Impediamo ai musulmani di costruire altre moschee in Europa “ o ancora “ Non vi è piaciuto permettere a questi immigrati di costruire moschee? “
Ho letto “ Hitler ha sbagliato bersaglio, doveva mandare i musulmani nei campi di concentramento e non i poveri ebrei. “
Ho letto “ Chiudiamo le frontiere, e cacciamo quelli già presenti. “

Mi chiedo: crediamo davvero nei valori, nelle libertà, nei principi che pensiamo siano stati attaccati simbolicamente da questo e altri attentati? O questi valori, queste libertà, questi principi fondanti delle nostre democrazie sono soltanto relativi al rapporto tra noi “ occidentali “ e siamo pronti a sputarci sopra quando si tratta di relazionarci con altre civiltà, specie dopo questi avvenimenti a cui segue una reazione di incremento nell’odio a riguardo dei “ diversi “ ?
La reazione comune a questi avvenimenti mi lascia alquanto spiazzato; ma un po’ me l’aspettavo, perché anche se la mia attenzione non era comparabile a quella che sto dando adesso a questi avvenimenti, dopo l’11 Settembre (avevo 7 anni) sono emerse reazioni molti simili, ed è partita una campagna mediatica indistinta contro popolazioni che avevano la sfortuna di vivere negli stessi territori dei terroristi che abbiamo tanto cercato tra le grotte dell’Afghanistan, chiamati anche, erroneamente, “ Jihadisti “ perché come lei ha spiegato chiaramente la Jihad in fondo c’entra poco e niente contro la follia di questa minoranza musulmana che tanto ci fa paura.

La notizia dell’attacco a Charlie Hebdo nonché la notizia delle due prese in ostaggio di ieri mi hanno colpito molto. “ Je Suis Charlie “, questo il motto ormai sulla bocca di tutti per esprimere solidarietà a riguardo dell’accaduto. Mi viene da dire che “ Je ne suis pas seulement Charlie Hebdo “ perché io sono anche Palestina, sono anche Pakistan e Afghanistan, sono contro la violenza aldilà delle bandiere e delle divisioni. Mi spiego meglio: molti pseudo intellettuali o penne illustri non hanno mai condannato apertamente le nostre (nostre si intende forze occidentali) malefatte nei territori orientali, i nostri massacri, i nostri attacchi con droni senza pilota, le nostre mine italiane che hanno mutilato migliaia di bambini (come racconta Gino Strada in Pappagalli Verdi), però adesso siamo tutti Charlie, e soltanto Charlie.
Perché una reazione simile non si ha quando commettiamo noi dei crimini nelle loro terre?
Mi sembra che ritorni continuamente il tema tanto emerso dopo le stragi di Lampedusa: ci sono morti di Serie A e morti di Serie B.


Noi non siamo i buoni e loro i cattivi;
noi non siamo i civili e loro gli incivili;
noi non siamo nel giusto e loro nel torto.


I nostri crimini sono assai pesantemente più gravi paragonati a quello successo nei giorni scorsi a Parigi.
Attenzione, con questo non voglio né giustificare e neanche biasimare i terroristi, perché la violenza deve essere condannata a priori. Ed ecco, appunto per questo mi disgusta profondamente l’ipocrisia dei media e di quei pseudo intellettuali di cui parlavo prima, perché è scandalo solo quando la guerra che noi fomentiamo da decenni in Medio Oriente entra a casa nostra.

Mi sento di guardare a questi avvenimenti con un occhio sempre più oggettivo, come se davanti avessi un Planisfero e non un Europa con attorno i cattivi che ci minacciano. Perché i diritti e le libertà che tanto ci piace indicare nelle varie carte devono valere per tutti, e non sono negoziabili a seguito di eventi come questo. Torna anche quello che le indicavo nella risposta alle tre domande di fine corso, dobbiamo smetterla con la visione americana - eurocentrica del passato e del presente.

Mi chiedo ancora, con un po’ di timore: ci sarà un Patriot Act europeo? In nome della sicurezza europea alcune nostre libertà, quelle vere, verranno minacciate?

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Qui è importante riportarvi direttamente cosa ha scritto il professore in origine nella sua mail.
Nel suo Discorso del 2006 al nuovo ambasciatore del Marocco presso la Santa Sede, Benedetto XVI ci aveva messi tutti in guardia, affermando che “è necessario ed urgente che le religioni e i loro simboli siano rispettate e che i credenti non siano l’oggetto di provocazioni che feriscono le loro iniziative e i loro sentimenti religiosi”. Il Papa emerito, già nove anni addietro, faceva all’evidenza riferimento al diritto inalienabile di ogni essere umano alla salvaguardia della sua dignità e della sua coscienza. E il suo ragionamento, portato alla estreme conseguenze, perveniva alla conclusione che se a nessuno è lecito offendere la coscienza religiosa dell’altro, a nessuno è lecito esercitare violenza sulla persona umana per nessun motivo, e a nessuno è lecito negare la libertà di coscienza altrui in nome del proprio credo e del proprio diritto a esercitarlo godendo dell’altrui rispetto! Ecco quindi – concludeva Papa Ratzinger – che “per i credenti, come per tutti gli uomini di buona volontà, la sola via che può condurre alla pace e alla fraternità è quella del rispetto delle convinzioni e delle pratiche religiose altrui in modo tale che reciprocamente sia possibile assicurare per ciascuno l’esercizio della propria religione liberamente scelta”.

Continua la mia risposta:
Relativamente al discorso dell’emerito Papa Ratzinger, penso che il punto sia importante da analizzare, e ci fa chiedere quale siano i limiti, o meglio le regole, della nostra libertà di espressione. Ammetto che è un tema molto spinoso e non credo di avere la competenza di trattarlo, ma mi lancio in una affermazione. Penso sempre più spesso che molti confondono libertà con anarchia, “ Sono libero, quindi ho l’assoluita libertà di dire ogni cosa ad ognuno “ davvero questa è la libertà in cui crediamo? C’è una linea che dovrebbe essere di demarcazione, una linea caratterizzata dal rispetto altrui. Voglio vedere quanti Je Suis Charlie ci sarebbero se fossero i musulmani a fare satira allo stesso modo contro di noi. Penso sparirebbero in un attimo e ci sarebbe solo una Crociata mediatica pronta a fomentare l’islamofobia.


Davide

domenica 19 ottobre 2014

La meravigliosa Cappella Palatina

<< La chapelle Palatine, la plus belle qui soit au monde, le plus surprenant bijou religieux rêvé par la pensée humaine et exécuté par des mains d'artiste >>

Ecco come definì Guy de Maupassant la Cappella Palatina. La più bella del mondo, il più sorpendente gioiello religioso concepito dalla mente umana e creato dalle mani di artisti.

Costruita a partire dal 1130, anno di incoronazione di Ruggero II, e consacrata nel 1143, la chiesa è incastonata tra le mura dell'imponente Palazzo dei Normanni, ed è una meravigliosa sintesi delle varie influenze artistiche del tempo. Impianto basilicale, decorazione musiva bizantina, soffitto ligneo di matrice islamica, elementi che sembrano accoppiarsi perfettamente e che danno vita ad una scenografia mozzafiato. La sensazione che si prova quando si entra nella Cappella Palatina, è di trovarsi avvolto in un tripudio di marmi e mosaici dorati che lascia lo spettatore incantato.

Non mi soffermerò molto sull'aspetto tecnico della chiesa, ma vi propongo delle mie foto che spero vi faranno comprendere la bellezza di tale monumento.
Ecco a voi la bellissima Cappella Palatina!



Esterno

Decorazioni all'esterno

Decorazioni all'esterno

Decorazioni all'esterno

Decorazioni all'esterno

Decorazioni all'esterno



















Davide


venerdì 5 settembre 2014

" Cento Sicilie " di Gesualdo Bufalino

Oggi voglio condividere con voi una delle più belle pagine mai lette. Sono quelle dell'introduzione di " Cento Sicilie " scritto da Gesualfo Bufalino, che ci dona una delle più belle e profonde visioni di questa terra così affascinante e controversa.

" Dicono gli atlanti che la Sicilia è un’isola e sarà vero, gli atlanti sono libri d’onore. Si avrebbe però voglia di dubitarne, quando si pensa che al concetto d’isola corrisponde solitamente un grumo compatto di razza e costumi, mentre qui tutto è dispari, mischiato cangiante, come nel più ibrido dei continenti. Vero è che le Sicilie sono tante, non finiremo mai di contarle. 

Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava. 
Vi è la Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. 
Vi è la Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio… 

Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte di trovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, fra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e la canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d’identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino. Capire la Sicilia per un Siciliano significa capire se stesso, assolversi, o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione tra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amore di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità della tana, la seduzione di vivere come un vizio solitario. 

L’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi. Diversi dall’invasore…, diversi dall’amico che viene a trovarci ma parla una lingua nemica; diversi dagli altri, e diversi anche noi, l’uno dall’altro, e ciascuno da se stesso. 

Ogni Siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l’esito naturale d’ogni processo biologico, qui appare uno scandalo, un’invidia degli dei. "


sabato 14 giugno 2014

" Come l'amore " di Massimo Recalcati.

Questa è una trascrizione (non è completa, l’ho un po’ rielaborata) tratta dall’intervento “ Come l’amore “  di Massimo Recalcati a “ Libri come “, conferenza tenutasi all’Auditorium Parco della Musica di Roma tra il 13 e il 16 Marzo 2014. 

Ho apprezzato moltissimo il suo intervento, perché offre degli spunti interessanti per una riflessione sull’amore, e volevo proporveli.

Nell’intervento sono descritte quattro scene.

Prima scena. Che ne è dell’amore oggi, nel nostro tempo? Che ne è dell’amore eterno?



“ Amore eterno, per sempre, infinito “ si rischia di essere villipesi, suscita ironia, si sputa sull’idea che l’amore possa essere eterno, che possa toccare la dimensione dell’infinito.

C’è una contraddizione profonda, come può essere eterno l’amore se la nostra vita è destinata alla morte?
Come si ricompone questa contraddizione tra amore infinito e vita mortale?
Il nostro tempo schernisce l’amore, lo destina alla sua fatale, inevitabile agonia. Non c’è nessun amore che si può sottrarre alla fine, all’inganno, tutti gli amori sono destinati a perire. Come la neve che è destinata a sciogliersi al primo sole. Il nostro tempo sostiene che esiste un rapporto inversamente proporzionale tra desiderio sessuale e durata dell’amore. L’effetto che la dopamina produce nel primo incontro svanisce, e bisogna doparsi nuovamente, incontrando un altro oggetto, ma anche qui accadrà la stessa cosa, l’effetto dell’eccitazione celebrale, emotiva, svanirà. Il nostro tempo ci dice che l’amore ci dice che ha i giorni contati. Esiste una secca alternativa tra il legame che diventa familiare e la passione amorosa, erotica, sessuale. Queste due cose tendono ad escludersi. 

Questa rappresentazione dell’amore è falsa, è un aspetto della religione del nostro tempo, che si fonda su due menzogne fondamentali

La prima menzogna è quella della libertà, l’idea che l’essere umano è centrato su se stesso, ha come compito l’autoaffermazione, coltivare la propria autonomia, libertà come espressione più pura dell’autonomia del soggetto. La menzogna del nostro tempo ci dice che l’uomo è capace di generarsi da solo, senza la relazione con l’altro. Non c’è vita umana senza il legame con l’altro. Ci si vuol far credere che ciò che conta è il godimento del singolo, accaparrarsi quote sempre più alte del godimento da soli. Farsi da sé. “ Mi sono fatto “ è l’espressione del tossico. Farsi da sé senza passare col legame con gli altri. Il bambino grida, il grido è il segnale che la vita umana senza la risposta dell’altro è la vita destinata all’abbandono assoluto. 
La seconda grande menzogna è quella del “ nuovo “, l’idea che la felicità e la soddisfazione è sempre in quello che ci manca, sempre nel nuovo; nuovo parto, nuova sensazione, nuova esperienza. Questa esperienza porta con sé una certa ebbrezza. Ma questa ebbrezza può svanire. 

“ A è elegante, A è attento, A è bellissimo “ dopo un po’ la figura di A evapora, diventa come tutti gli altri. Poi arriva “ B “ è veramente affascinante, diverso, nuovo, ma B finisce per somigliare ad A. Poi arriva Z, che è diverso da A e B ma alla fine diventa come loro. 
Inseguire il nuovo genera fondamentalmente la stessa insoddisfazione. Trattare gli amore come se fossero oggetti, ha eseguito la sua funzione? Bene, sostituiscilo. Concepire il rapporto con l’altro come oggetto che si guasta e si deve sostituire. Sostituire l’oggetto non modifica l’insoddisfazione. Non è il nuovo che scade nello stesso, come A, come B, come Z, ma è lo stesso amore che ogni volta si rivela nuovo, quando c’è. Forza di rendere lo stesso sempre nuovo.


Seconda scena. Cosa diciamo quando diciamo “amore”?

Confutazioni della prima, riguardo il fatto che non esiste amore eterno.
Quando diciamo “ Ti amo “, secondo Freud, io amo in te me stesso, l’amore per Freud ha una struttura narcisistica, rappresentazione ideale di quello che vorremmo essere, miscela esplosiva di erotizzazione e aggressività. Ti amo perché non posso essere te, e nella misura in cui ti amo, io ti odio. Per Freud l’amore è l’inganno nello specchio, l’amore è un’illusione.
Si sputa sull’amore, si ironizza sull’amore, va corretto il pensiero di Freud, è vero che esistono amori narcisisti, ma è vero che non sono l’unica versione dell’amore. Aldilà del narcisismo, cosa possiamo amare dell’altro se non l’ “io “ ideale? Quando l’anallsta chiede dell’incontro di Y con A, che cosa ama di lui/lei? Le qualità che hanno acceso il sentimento amoroso. Chiunque elenca le proprietà che qualificano l’oggetto d’amore, si rimane sempre insoddisfatti, non si può dire davvero di cosa si è innamorati. Si ama tutto, noi non amiamo qualcosa, amiamo tuto. Non solo l’immagine dell’altro, non solo ciò che ci colpisce il volto, la voce, il modo di muoversi, la professione, noi amiamo tutto. Anche le sue manie, bizzarrie, gli elementi più infimi. Quando c’è amore, l’amore è per tutto, anche della particolarità più particolare dell’altro. Amore per quell’essere particolare incarnato in un corpo. Questo rende l’oggetto uno strano oggetto. Se amo tutto dell’altro, questo oggetto esce, si sgancia dalla catena di tutti gli altri oggetti, diventa un oggetto insostituibile. Non si lascia sostituire così facilmente, in questo senso lega, vincola, in questo senso ogni amore aspira all’eterno, al fatto che sia per sempre, aspira alla ripetizione di questo incontro irripetibile.

Cosa avviene in un incontro d’amore?

L’incontro d’amore avviene secondo la casualità più pura. “ Destino che ci incontrassimo “ l’evento dell’incontro è una pura coincidenza, ci si incontra per strada, al supermercato, in una festa, sulle scale dell’univeristà. Due sconosciuti si incontrano, scatta qualcosa che è nell’ordine dell’intraducibile, non si può spiegare ragionevolmente. Quando l’incontro diventa un incontro d’amore, questo incontro che nasce dalla più bassa dela casualità, porta gli amanti a provare a rendere questo incontro un incontro scritto nel destino. Sappiamo che non c’è nessun firmamento, non c’è nessun patto, contratto, che da destino alla casualità dell’incontro amoroso. Ogni amore, anche in una vita, vuole essere eterno. Non un solo amore, ogni amore, punta a trasformare il caso in destino. La contingenza in necessità. Se pensiamo al volto della persona che amiamo, non ci stancheremo mai di guardarlo, quel volto è sempre nuovo. Questo corpo che conosco bene, ogni volta che lo incontro è nuovo. Questa potenza trasformativa è dimostrazione dell’amore. Rendere lo stesso nuovo. Ogni anno quando arriva il cielo primaverile è sempre nuovo, ogni volta si rivela nuovo. Punto magico dell’amore.

Qual è la parola fondamentale dell’amore? Ancora.

Per gli amanti è sempre ancora, ancora come oggi, ancora lo stesso, ancora questo corpo. Questo punto illumina la sostanza stramba dell’amore, più io do, più io lo consumo, più cresce, più aumenta. Non esiste una sostanza così, più la si consuma, più cresce. Il giovane Hegel, alla fine di uno scritto giovanile quando deve immaginare la frase che sintetizza l’amore, cita Shakespeare e Romeo e Giulietta “ Più io ti do, più ho “ questo vuol dire che non è solo l’incontro con un altro, uno straniero che diventa il senso della nostra vita, è qualcosa di più, di più radicale, è, nel momento in cui c’è l’incontro casuale, c’è la nascita di un nuovo mondo. L’esperienza degli innamorati, nasce insieme all’amore un nuovo mondo. Non è il mondo dell’uno, non il mondo dell’autoaffermazione. Si vede il mondo dalla prospettiva del due, non dell’uno.


Cosa vuol dire vedere il mondo dalla prospettiva del due, non dell’uno?
Nel film Into the Wild, il ragazzo alla fine dice “ La felicità esiste solo se è condivisa “ solo se è nella logica del due, non nell’uno.
L’amore è la possibilità di vivere il mondo nella prospettiva del due
, che si realizza in modo compiuto in tanti modi, tra cui la nascita di un figlio. Nasce il patto, la promessa. Se volete, il matrimonio, un giuramento che lega gli amanti per sempre. Noi sappiamo che il giuramento ha una struttura bifida, qualunque giuramento. Nel momento in cui giuro, non sono più lo stesso che potrà dire “ è finita “ dopo dieci anni. Ogni volta che giuriamo introduciamo la possibilità dello spergiuro, come se facesse parte del giuramento. Non possiamo avere la garanzia, la certezza che sarà per sempre, nemmeno nel patto del matrimonio.
Bisogna saper rinnovare il patto, e niente lo garantisce.

Terza scena. Il trauma, quando finisce un amore.


Un amore che è nato dal nulla, che è diventato un destino, che ha generato figli, progetti.
Non un amore di mezza estate, un amore che dura una vita. Cosa succede quando uno fa l’esperienza del trauma, dello spergiuro? Improvvisamente o meno, qualcuno dice all’altro “ non è più come prima “ qualcosa è cambiato, qualcosa si è modificato. Per la presenza di un altro, o perché l’amore si è svuotato di passione. Non è più come prima.

Cos’è un trauma nella vita amorosa? 

Dico, nel libro, che il trauma è un pugno in faccia, una percossa. Il mondo crolla, la fiducia nel mondo crolla, quando viene sferrato il primo colpo. Colpo che sfonda la consistenza del mondo. Da quel momento, dal primo colpo, dalla scoperta di un tradimento, il mondo è più come prima, il legame non è più come prima. Se quel legame dava il senso il mondo, il mondo perde senso. Precipitare nel non senso, nell’abbandono assoluto. Tornare ad essere il grido che è stato alla nascita, grido al più nessuno risponde. Notti tormentate del traumatizzato d’amore, non si riesce a prendere sonno, ci si gira e rigira. Non ci si fida del mondo, si ha paura della notte. Il traumatizzato d’amore è in affanno, scopre una verità profonda, scopre che la vera vulnerabilità dell’essere umano non è nel vivere nell’uno, ma nel vivere del due. Chi vuole vivere nell’uno pregiudica la possibilità di vivere nel due. Vivere nel due è rischiare, essere nelle mani dell’altro, senza riserve, senza conti in banca, solo in questo legame. L’amore assoluto esige l’esposizione assoluta. Questo espone al trauma, espone al rischio della perdita. A volte c’è il rifiuto dell’incontro, difesa dell’avere.  Ma l’incontro con una donna è un incontro con una lingua straniera, non si capisce niente, cosa vuol dire. I migliori, sono i maschi che anche non capendo si impegnano di comprendere quella lingua straniera, ma a volte cercano i dizionari: amici, genitori, psicanalisti. Cattivi dizionari, non esiste un dizionario che traduca la lingua della donna, perché è un mistero. Il femminicidio nasce da qui, dall’incontro di una lingua straniera, dalla incomprensione della lingua e della distruzione di essa. “ Sono tutte puttane “ esorcizzare l’angoscia che ogni uomo porta con sé quando incontra una donna. Sono fatte diverse, non si sa come. Il funzionamento maschile si fonda sul principio dell’avere, non sull’esposizione, ma sulla appropriazione. E quando una donna sfugge all’appropriazione, può arrivare la violenza. I casi di femminicidio aumentano proporzionalmente all’acquisizione di valore della parola delle donne. Nelle donne c’è un meccanismo perverso di altro genere, l’uomo risolve o amando la lingua straniera, o mettendo i guanti, o con la violenza. Il rischio è che le donne si attacchino a quella violenza. Essere malmentati dal fidanzato, anche in modo brutale, e non veder l’ora da parte della donna di rivederlo. Gli essere umani non si comportano verso il male come la zampina di un gatto verso una fonte di calore che si toglie. Noi stiamo lì, teniamo lì la mano, sulla fonte di calore.

Quarta scena. Il Perdono 


Cosa accade quando c’è “ non è più come prima “ ? Si trasforma da fonte di bene, da base del mondo, a ciò che rende dissestato il mondo. Cosa succede se questa persona torna, e chiede di essere perdonata? Qui si apre la vera questione. Si può perdonare in amore? È possibile perdonare il tradimento, lo spergiuro? C’è esperienza del perdono solo di fronte all’imperdonabile. Nella psicanalisi non c’è il perdono. Viene da lontano, dalla cultura cristiana, in cui il perdono occupa un punto centrale. Da laico penso ci sia qualcosa da recuperare. Parlo di una scena molto nota, fìgliol prodigo. Il figlio va, sciupa il patrimonio, il figlio dice “ Dammi “ al padre. L’imperativo categorico dei figli di oggi. Il padre dice va bene, divide in due le sue sostanze. Il figlio dissipa tutto. Ritorna, ma non pentito, chiede al padre di trattarlo almeno come un serve.
Ecco il punto centrale, metafora nella relazione d’amore. In chi ha tradito non c’è pentimento, quando il figliol prodigo non dice che si pente, non c’è niente del genere. C’è calcolo di una difficoltà a sopravvivere in quel modo, la necessità di tornare a ricevere uno stipendio dal padre. Ritorno alla normalità. Il padre gli corre in contro, lo abbraccia, fa festa. Qui si gioca qualcosa di potente. Il perdono è una festa, quando accade. La festa del ritrovamento, questo amore che sembrava morto, questo amore che è caduto in ginocchio, questo amore che ha ingannato la promessa, attraverso il lavoro del perdono, che non è immediato. L’essere umano ha bisogno di tempo, come nel lutto. Tempo psichico, lasso di tempo, non esiste il perdono rapido. Quando avviene, alla fine del lavoro del perdono, questo amore morto, che si era spento, era perduto, rinasce, si rinnova, c’è la festa del ritrovamento. Poter ricominciare non perché si dimentica il trauma. 
La ferita resta. Forza che trasforma l’amore morto in amore vivo, quando accade, è una meraviglia, quando può accadere, è una potenza. Da laico mi sfugge il mistero della resurrezione, l’unica esperienza per noi è far risorgere un amore, noi perdoniamo e facciamo l’esperienza della vita che risorge dalla morte. L’impossiibilità di perdonare ha la stessa dignità del perdono. Percezione dell’impossibilità, non sempre per orgoglio, ma per rimanere fedeli a quell’amore. 
Stessa dignità del perdono come possibilità impossibile. 




Davide

sabato 12 aprile 2014

Palermo; come ritrovarsi tra piaceri, dispiaceri, stupore e rabbia.

Palermo ti immerge in un percorso emozionale. Un po' come essere buttati nel mezzo di una fitta foresta; ma prima di ritrovare un'ipotetica via d'uscita, bisogna ritrovare noi stessi, cercare di equilibrare le nostre emozioni.

A Palermo ci si esercita giornalmente ad equilibrare le emozioni, attorno a quel filo sottile che a Palermo divide la vergogna e il compiacersi di vivere qui. Ma la cosa più affascinante è che non si riesce facilmente ad uscirne da questa situazione. Spesso ci si prova con un aereo, ma il risultato non è assicurato.

Ci si può provare con tutte le forze che si possiedono ad amarla, ma spesso è molto più facile odiarla, ci fa sentire al di fuori da quello che critichiamo di questa città, perché noi a volte non vorremmo essere Palermitani, proprio quelli del " Palermo è bella, sono i Palermitani che fanno schifo " . Eppure lo siamo, ci siamo dentro; quello è un altro dei tentativi con cui tentiamo di distaccarci da qualcosa di inspiegabile, cioè il rapporto con la città.

Quando mi capita di accompagnare qualcuno per le vie della città ci tengo a dire che in pochi luoghi si può trovare questa esasperata presenza di contraddizioni, che non ci permettono di esprimere giudizi chiari su cosa vediamo intorno a noi. La si può amare, forse, ma per amarla devi aver provato ad odiarla prima, ma proprio tanto. Bisogna capire che amore e odio a volte sono davvero due facce della stessa medaglia.

Palermo non si presenta bene ai visitatori, non è una città accogliente, ma disorienta, perché per farsi amare devi fare tu il primo passo. Dopo quello, sopraggiungono anche stupore e molti piaceri nel farsi incantare da questa città, ma rimane la rabbia, rimane il dispiacere. Perché è proprio quando ti accorgi del suo carattere più celato, quello bello, che ti chiedi perché ci sei stato così tanto a scoprirlo, e soprattutto perché nessuno te ne aveva mai parlato prima.

Ma forse è anche meglio così, Palermo non possiede una bellezza scontata, devi ricercarla negli aspetti più nascosti agli occhi comuni, e quando si inizia, non si finisce mai di essere stupiti di quanto riusciamo maledettamente a nascondere i suoi aspetti più nascosti; perché si, le bellezze sono lì, sotto casa nostra, ma noi non abbiamo spesso gli occhi giusti per osservarle.

Un oscillare continuo tra diverse emozioni contrastanti che ci fanno perdere la speranza che questa città possa essere compresa e spiegata razionalmente. Non si può, al massimo possiamo abbandonarci a lei come dei figli in attesa di un'adozione dalla cui non sappiamo cosa ci aspetta.

Davide

 
"
Sometimes I feel like I don't have a partner, sometimes I feel like my only friend is the city I live in, the city of angels, lonely as I am, together we cry "
(Under the Bridge - Red Hot Chili Peppers)

sabato 1 marzo 2014

Poesia: Alla Sicilia

Alla Sicilia

Ami essere struggente,
e terra dalle mille identità.
Abbatti il nuovo, conservi il
vecchio
con le esauste braccia
di una madre che troppi figli ha visto
partire.

Domini l'animo, infervorandolo di una
passione
insostenibile, che solo l'amore riesce a donare.

Violenti i sogni di ogni giovane mente,
stringendo cupamente ogni cuore romantico
che pretende di
cambiarti
ricambiando il tuo amore;

non vuoi essere svegliata,
non vuoi essere portata tra i venti del cambiamento,

sei profondamente Isola, sei un richiamo al solenne
riposo
attraverso cui, riluttante,
resisti alla tentazioni del tempo, che in
te
assume una condizione unica, e che in
me
è la spinta per cui, con il cuore impietrito
ti lascerò, per non sentirmi più
soffocato
tra le tue dolci braccia.

Davide, 24 Maggio 2013





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martedì 26 novembre 2013

Panorama di Palermo dalla Torre di San Nicolò all'Albergheria

Grazie alla manifestazione " Le vie dei Tesori ", che ha permesso di visitare luoghi della città spesso chiusi al pubblico e non presenti negli itinerari più comuni, ho avuto l'opportunità di salire in cima alla Torre di San Nicolò, situata tra mercato di Ballarò e il quartiere dell'Albergheria.
Dall'alto si ha una vista mozzafiato della città, e per far godere anche voi di questo bellissimo panorama vi mostro le foto che ho scattato!


Torre San Nicolò

A sinistra, la cupola e il campanile della Chiesa di San Francesco Saverio

Il Palazzo Reale o Palazzo dei Normanni con l'osservatorio astronomico sulla parte destra del complesso. Nella parte destra della foto, Porta Nuova.

Cattedrale

Cupola della Cattedrale

A sinistra, cupola della Chiesa di S. Giuseppe dei Teatini, a destra cupola della Chiesa di Santa Caterina.


Mercato di Ballarò con i suoi tendoni.
Chiesa del Carmine Maggiore
Cupola della Chiesa del Carmine Maggiore


Ancora una foto della cupola della Chiesa del Carmine Maggiore

A sinistra, il grattacielo Ina Assitalia, al centro Chiesa del SS. Salvatore, a sinistra il Teatro Massimo e la torre della stazione dei pompieri.
Torrette sopra l'ingresso centrale della Cattedrale (su Via Bonello)

Monte Pellegrino

Cupola della chiesa di S. Giuseppe dei Teatini

Porta Nuova


Cupola della Chiesa di S. Caterina

A sinistra, cupola di Casa Professa (Chiesa del Gesù)


venerdì 5 luglio 2013

E se sognassimo di meno?


Ciao lettori! Oggi vi posto il racconto con cui mi sono classificato in seconda posizione al concorso di narrativa " Pietro Piazza ", organizzato nella mia scuola.

Il tema sono i sogni che ogni immigrato porta con sé nella sua vita. 
Sogni che non riguardano solo l'immigrato, ma ogni essere pensante.


E se sognassimo di meno?

C’è sempre un sogno nella nostra vita. Il sogno di luogo in cui i progetti possono essere realizzabili, un luogo che possa finalmente dare gli elementi per ripartire da dove si è fallito, un luogo in cui si può cullare ogni desiderio e dove la nostra disperazione può essere cancellata.          
La storia del mio amico Thomas è la storia di un gran sognatore; lui viveva di sogni. 
Originario del Congo, così come mi disse in uno dei nostri incontri, Thomas aveva impugnato un Kalashnikov all’età di 7 anni. Giocando, combatteva contro entità a lui sconosciute, ma che gli erano state imposte come nemiche. A lui non importava tutto ciò, la sua unica preoccupazione era guadagnare pochi spiccioli per garantire un po’ di cibo a sua madre e ai suoi quattro fratelli. Suo fratello Mohammed era scappato di casa, senza dire nulla a nessuno. Thomas credeva che sarebbe tornato, prima o poi. 
All’età di 13 anni, si era procurato una larga ferita sulla fronte a causa di un combattimento corpo a corpo, e aveva cominciato a non sopportare più ciò che faceva. Sognava altro.Crebbe e fu accusato di pensare; non voleva più far parte delle milizie. Nessuno lo accettò più. Il villaggio dove viveva, la famiglia, tutto ciò che era per lui la vita sembrò voltargli le spalle inevitabilmente. 
A 16 anni cominciò il suo esilio.                                                                                              
Si spostò di nazione in nazione, poiché sognava di lavorare in Tunisia.  Lì trovò ciò che desiderava, un’esistenza più libera e l’occasione di rifarsi.Thomas lavorò in un negozio di tessuti come magazziniere, poiché presentava una vistosa cicatrice nella fronte, che si era provocato a 13 anni, e non era adatto per la vendita ai clienti. Si accorse che guadagnava troppo poco, e non poteva avere altro che delle limitate razioni di cibo da mangiare nella sua baracca costruita con pannelli prelevati qua e là tra le discariche.
Durante la sua permanenza in Tunisia sentì delle storie riguardo alla possibilità di spostarsi verso l’Italia, dove ogni africano poteva godere dello stile di vita occidentale e cambiare definitivamente la condizione sociale. Fu così che decise di imbarcarsi in quello che sembrava l’ultimo viaggio della sua vita. 
All’età di 18 anni, Thomas fu ancora una volta schiavo dei suoi sogni. Viaggiò di notte insieme ad altre decine di persone. Scorse negli occhi dei suoi vicini sognatori le stesse emozioni che infervoravano lui e che lo avevano portato nella situazione in cui si trovava. Fu scosso dall’incontro con una madre che allattava la sua piccola creatura. Il bambino piangeva, piangeva continuamente tanto da infastidire Thomas, che non sentiva piangere qualcuno da quando sua madre aveva capito che non voleva più far parte delle milizie. Quel pianto sembrò determinare la prima minaccia che Thomas avvertì nel flusso costante dei suoi sogni.
Arrivò in Sicilia e si spostò a Palermo insieme ad altri immigrati; aveva sentito che a Palermo c’era una comunità di Congolesi che poteva aiutarlo ad integrarsi. Accade qualcosa di inaspettato. In comunità gli dissero che avevano conosciuto un ragazzo molto simile a lui, di nome Mohammed, che si era trasferito a Roma da due mesi. Suo fratello. 
Fin dalla prima volta che era partito, non aveva mai pensato che fosse possibile incontrare nuovamente il fratello; aveva digerito il suo allontanamento come qualcosa di ordinario, non era la prima volta che ciò accadeva nel suo villaggio originario.  La notizia lo convinse a spostarsi per l’ennesima volta, dopo aver raccolto del denaro lavorando in un negozio gestito da cinesi a Palermo.
 Alle porte dei suoi 19 anni, l’occasione di ricominciare in compagnia del fratello lo stimolava ancora una volta a credere che qualcosa di meglio era possibile, che qualcosa di più bello era alle porte e che la sua esistenza poteva finalmente raggiungere stabilità. 
Roma si presentò ai suoi occhi con tutta l’imponenza dell’enorme città che aveva immaginato; le sue strade, la sua gente, le sue luci sembravano per lui il compimento di una vita. Capita quando non abbiamo altro in cui credere. 
Anche questa volta, Thomas fu schiavo dei sogni.
Quei sogni che ormai diventavano mostruosi burattinai capaci di deviare la coscienza di Thomas verso scelte irrazionali, scelte che ormai determinavano soltanto l’irrefrenabile illusione di un uomo che in realtà inseguiva qualcosa che egli stesso non sapeva definire, come i nemici dei combattimenti a cui aveva partecipato quando era un bambino soldato. 
Incontrò Mohammed in una casa di periferia, in cui viveva con altre cinque persone. Non si abbracciarono; il saluto fu freddo. Mohammed aveva lasciato Thomas con un fucile in mano, e questa immagine si presentava tagliente agli occhi del fratello, che quasi lo identificava ancora in quel modo. Si raccontarono a vicenda. Thomas scoprì che stava inseguendo qualcosa che anche il fratello aveva da sempre sognato. Ciò non gli provocò piacere per la condivisione di un destino comune, ma piuttosto lo fece rattristare, perché cominciò a comprendere i risultati negativi che i sogni potevano provocare, al punto che tutto ciò che aveva provato all’arrivo a Roma sembrava essere svanito nel nulla. Infatti, Mohammed lavorava sul Lungo Tevere, vicino Castel Sant’Angelo. Vendeva sciarpe, cappelli, guanti e cianfrusaglie sulla sua bancarella personale. Quando si alzava un po’ di vento o sopraggiungeva il maltempo, la bancarella, instabile, cadeva e tutta la merce finiva per terra, costringendo Mohammed ad affrettarsi per raccogliere ciò che vendeva. Un po’ come la sua vita. E’ lì, presso la bancarella del fratello, che per la prima volta incontrai Thomas. 
Un freddo pomeriggio d’inverno avevo deciso di comprare un paio di guanti di lana e mi fermai proprio dove Thomas lavorava con il fratello. 
Mi parlò con un italiano che mi fece subito sorridere, perché presentava un forte accento africano che lo rendeva buffo, tanto che accorgendosi dell’ilarità che aveva suscitato, anche lui si mise a ridere. 
Dopo il primo incontro, passai più volte da Castel Sant’Angelo. Ad ogni occasione lo salutavo, e capitava di fermarmi per chiacchierare con lui.  Il 1° Maggio andai al concerto che si tiene a Roma ogni anno, per passare una piacevole serata con gli amici. Lo incontrai tra la folla, vendeva ombrelli. Mi chiese perché c’era quel concerto, ed io risposi che quel giorno era la festa del lavoro. Thomas mi rispose che doveva lavorare per tutta la serata. 
Lo incontrai altre volte sul Lungotevere, e parlammo ancora per più tempo. Attraverso alcune frasi che mi disse compresi quanto era travagliata la storia di Thomas, ed è per questo motivo che decisi di farmi raccontare tutto su di lui, poiché mi interessa capire quali sono i problemi che affliggono gli immigrati. 
Ma lui aveva qualcosa che suscitò particolarmente il mio interesse. Ogni volta che raccontava un pezzo della sua storia, il suo viso si velava cupamente di infelicità e sofferenza, fino a diventare assente.  Capii che sognava così tanto che non si svegliava mai. Troppe le speranze che aveva riposto nei sogni, così tante che si innalzò fino a non toccare più la realtà. Parlava solo di sogni, speranze, cosa voleva essere. Non era più nessuno e la sua anima sembrava essersi dissolta nel flusso incessante dei sogni che sempre lo avevano accompagnato.




Davide


sabato 8 giugno 2013

Luigi Pirandello - Mie ultime volontà da rispettare

Questo post voglio dedicarlo ad uno dei miei scrittori preferiti, e sicuramente l'autore di cui condivido tanti aspetti della sua visione del mondo. Vi parlo di Luigi Pirandello.
In questo testo si pone non solo maestro di vita, ma secondo me, anche di morte. Non traspare che umiltà da queste sue ultime volontà. Vuole morire inosservato, perché l'intellettuale è spesso convinto di essere un fastidio per il mondo, un diverso che deve essere spazzato via nel silenzio. Ed è quello che lui stesso desidera.
 


Luigi Pirandello - Mie ultime volontà da rispettare


I. Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlare sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzii né partecipazioni.
II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso.
III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta.

IV. Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui."


venerdì 3 maggio 2013

Chiesa Anglicana " Holy Cross ", Palermo

Durante il primo weekend dellla manifestazione " Palermo apre le porte: la scuola adotta la città " (12,13,14 Aprile) ho visitato la Chiesa Anglicana " Holy Cross " situata in Via Roma all'angolo con Via Mariano Stabile, un pò prima di arrivare all'Hotel delle Palme.

Che ci fa una chiesa di professione Anglicana a Palermo?
Per larga parte dell'800 la presenza inglese in Sicilia e particolarmente a Palermo divenne stabile. Gli affari inglesi in Sicilia hanno origine nella figura John Woodhouse, che alla fine del '700 si accorse che il vino di Marsala poteva essere un ottimo investimento, e competere con i già famosi Madera e Porto. La bontà del vino di Marsala conquistò anche il celebre Ammiraglio Nelson, che ne disse << Il vino è talmente buono da essere degno della mensa di qualunque gentiluomo >> . La produzione di vino interessò anche altre famiglie inglesi tra cui gli Ingham e i Whitaker. Joseph Whitaker, figlio di Mary Ingham e sorella di Benjamin, partì dalla Gran Bretagna nel 1819 per aiutare lo zio Benjamin Ingham nell'azienda vinicola a Marsala. Nel 1853 più della metà della produzione del vino Marsala era frutto degli affari della famiglia Ingham - Whitaker, che aveva già dato stretto accordi con Vincenzo Florio, esponente della famosa famiglia imprenditoriale della Belle époque palermitana.

La presenza inglese a Palermo necessitava di un punto di riferimento religioso sia per la comunità inglese presente a Palermo, sia per i connazionali in visita. Ecco perché venne espressa la volontà, nel 1871, di costruire una chiesa di professione Anglicana, secondo l'idea di Joseph Whitaker e Benjamin Ingham Jr, suo cugino. Quest'ultimo morì nel 1872, quindi fu Joseph Whitaker a interessarsi della costruzione della chiesa, che fu finita nel 1875. Gli architetti erano due londinesi, William Barber e Henry Christian.

Facciata della Chiesa (da via Roma)



La chiesa presenta una miscela di diversi stili, ovvero Gotico, Romanico e Bizantino.
Quali gli elementi gotici? Siamo accolti, già all'esterno, dal grande rosone e dal campanile cuspidato. Inoltre, tra gli elementi di sapore gotico abbiamo anche le numerose vetrate colorate all'interno della chiesa


Rosone
Rosone visto dall'interno della chiesa con tre vetri colorati in basso
Il rosone rappresenta l'Adorazione dell'agnello, mentre le vetrate rappresentano la Maria Vergine, Maria Maddalena e S. Giovanni. L'organo è una piccola copia di quello, più grande, della Cattedrale di York. E' ancora l'originale e viene usato per le funzioni.
 L'impianto è tipicamente romanico, caratterizzato da tre navate separate da due fasci di cinque colonne sorrette da arcate a sesto acuto.


Cosa mi ha particolarmente colpito, è l'abside. Gli elementi al suo interno, i mosaici dorati e le colonnine, mi hanno inevitabilmente richiamato alle testimonianze decorative arabo-normanne che noi già conosciamo in chiese come la Cappella Palatina e il Duomo di Monreale. Ed è proprio questo fattore storico la motivazione per cui nella costruzione della chiesa si è voluto far riferimento anche all'influenza di quel preciso stile architettonico nella nostra terra. Le decorazioni sono state progettate da Francis Cranmer Penroso, un architetto bizantino, e realizzata dalla Ditta Salviati di Venezia. La successione di nicchie (nella foto sono in basso) rappresentano i dodici apostoli, e al centro si posiziona Cristo attorniato dagli Angeli. Nel catino absidale troviamo altri mosaici inseriti in cinque pennacchi, in cui troviamo Cristo al centro e i quattro Evangelisti (in ordine da sinistra verso destra: Matteo, Marco - Cristo - Luca, Giovanni).
Ancora più sopra, insieme a quattro Angeli, troviamo i quattro maestri della chiesa Occidentale: S. Ambrosio, S. Geronimo, S. Agostino e S. Gregorio il Grande.

Intorno all'abside, sopra le nicchie con gli apostoli e Cristo, troviamo la frase “Him that cometh to me I will in no wise cast out” (Colui che viene da me non sarà in al cun modo cacciato via).

Abside


Nei capitelli delle quattro colonnine attorno Cristo troviamo elementi che rimandano al Regno Unito e alla Sicilia. Rispettivamente, a partire dalla colonnina di sinistra, la rosa per l'Inghilterra, il cardo per la Scozia, il trifoglio per l'Irlanda e l'iris per la Sicilia. 

Ubicazione